Anton Barrili - La notte del Commendatore стр 15.

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Non c'è bisogno;soggiunse egli, sorridendo malinconicamente.Io non arrossisco mica d'esser povero. Penso spesso alla mia condizione, è vero; ma credimi, se non fosse che in questi anni di studi io costerò troppo gravi sacrifizi a mio padre, il pensiero della mia povertà non sarebbe senza una certa allegrezza.

Oh, questo, poi.

Orbene, e perchè no? Povertà il più delle volte è libertà. Non intendo già che si abbia a morire di fame; che allora si è schiavi del capriccio di tutti. Parlo della povertà di uno che vive lavorando, che non può vivere altrimenti, che ha da passare ogni giorno coll'arte sua per le mani. Qual'è libertà migliore di questa, che ti rende padrone dell'anima tua contro le passioni e contro i vizi, perchè non ti dà tempo per le une e non ti offre materia per gli altri? E poi, dove metti tu la felicità di non aver sopraccapi per le tue rendite, poste in forse da una cattiva annata, o da un diluvio di fallimenti, e insidiate da una o più categorie di persone, che farebbero volentieri a spartire? Vedi; sei tu il tuo cassiere, e non c'è pericolo che tu pigli il volo per Francia o Svizzera; sei anche il proprio intendente, e non ti rubi a man salva; il tuo portiere, e dormi magari coll'uscio aperto, senza paura dei ladri. Metti pure che la tua nave dia nelle secche; se scampi dal naufragio, sei ricco come prima, avevi tutto con te.

Scusami;disse l'Ariberti, che aveva fatto, durante quell'apologia dell'amico, i più brutti versacci del mondo;ma la tua retorica non mi persuade. La vita è una bella cosa; ma per viverla ci vogliono quattrini. Che cos'è vivere? Essere. Ora, per essere, a questo mondo, bisogna parere.

L'accidente prima della sostanza!esclamò facetamente Filippo Bertone, seguitando l'amico nel campo della filosofia.Io direi anzi il contrario.

Sì, cambia pure a tuo modo,rispose l'Ariberti, purchè in fondo io abbia ragione. L'uomo, ti dirò io, non vive solamente di pane. Lo dice anche un passo delle Scritture. Vedi che ho le autorità dalla mia. E come si potrebbe vivere di solo pane, con tante belle cose, create a posta e messe al mondo per noi? E non è un disprezzare l'opera di Dio, questo non desiderarsi che il pane? Intendo per pane la vita materiale, la vita vegetativa, mi capisci?

Certo;replicò Filippo Bertonema assicurata questa, non hai libera anche la vita contemplativa? Non ti è forse consentito di startene coi tuoi libri, od anche co' tuoi pensieri, a goderti un'ora di pace?

E crepi l'avarizia; non è egli vero?soggiunse ironicamente l'Ariberti.Come si vede, Filippo mio, che non sei innamorato!

Io! No, certo;rispose Filippo, reprimendo un sospiro;non ho ancora avuto tempo.

Eh via! Di' piuttosto che non hai avuto l'occasione. Ma incontra una donna come l'ho incontrata io

Quale? La bionda di Dogliani, o la signora Ber

Che! Ti parlo dell'ultima.

Ah, c'è dunque un'ultima? A Dogliani o qui?

Qui, per l'appunto; non ti ricordi? Ah, è vero, nello scorso inverno ci vedevamo di rado. Ma è colpa tua, sai. Tu vivi sempre nel tuo guscio, come la chiocciola, e allora non c'era caso di vederti mai a teatro.

Filippo Bertone diede un'occhiata malinconica al chiodo da cui pendeva il suo venerando giubbone; indi un'occhiata al cielo, come se volesse fare un'offerta a Dio di quel suo capo di vestiario.

-Ma sai,diss'egli poscia, sviando modestamente il discorso,che tu mi sembri un nuovo Don Giovanni Tenorio! Se la va di questo passo, giungerai presto alle mille e tre.

No, questa è proprio l'ultima;esclamò l'Ariberti con accento di convinzione profonda;oramai lo sento, non amerò più altra donna. Figurati, amico mio, una vera Giunone.

Ah, questa volta abbiamo dato la scalata all'Olimpo.Conosci Giove?sei forse entrato nelle sue grazie?

No, lo conosco appena, e forse non lo conosco nemmeno. Potrebbe esser lui e non esserlo. Ce ne vedevo tanti, nel palchetto.

Ho capito; l'Olimpo era a teatro;notò Filippo, con quel suo fare malizioso ed ingenuo.E poi, finita la stagione teatrale

Ne è cominciata un'altra ad un teatro di prosa. I teatri di Torino io li ho girati tutti, e qualche volta tre in una sera, per veder di trovare la mia bella Giunone. In queste corse a teatro c'è tutta la mia storia di cinque o sei mesi. Poi è venuto il mese di studiare, per prepararmi all'esame; poi le vacanze ed ora ed ora capirai che mi sapeva mill'anni di rivedere Torino.

Per correre sotto le finestre della signora Giunone.

Non so dove abita.

Bravo! Sei molto avanti.

Ma che farci? La vedevo sempre al Regio e ci volle un secolo perchè sapessi il suo vero nome. Sulle prime non era dentro di me che un pochino di curiosità artistica, o estetica, se ti piace meglio. Non avevo ricevuto dalla sua bellezza che una impressione passeggera, nè più, nè meno di quella che avrebbe potuto far su te. Anche tu, vedendo una bella signora, avrai detto qualche volta a te stesso: «ecco una bella donna», senza bisogno di andare più in là.

Certamente;balbettò Filippo, mentre si avvicinava al balcone, col pretesto di strappare due foglie ingiallite ad una rosa delle quattro stagioni;senza andare più in là.

Orbene, io che non ci vedevo un pericolo al mondo, guarda oggi e guarda domani, tunfete! ci sono cascato. Innamorato, Filippo mio, innamorato morto. Il guaio si è che, quando me ne avvidi, ero diventato timido come un coniglio. Canzonami, ma la è così, come io te la dico. Ti basti che voltavo gli occhi da un lato, o li piantavo a terra, quando mi pareva di veder volgere i suoi dalla mia parte, e che mi facevo del color della brace, quando per caso il suo binocolo si appuntava su me. All'uscita, ogni sera, facevo il proponimento di fermarmi, per vederla passare. Vuoi credere? Ogni sera mi mancava il coraggio. Vedevo spuntare da un pianerottolo delle scale il lembo della sua veste, e fuggivo. Già, l'anno scorso ero ancora un ragazzo.

E avrai più coraggio quest'anno?

Oh sì! l'ho giurato;rispose solennemente l'Ariberti.Ho scritto nelle vacanze un migliaio di versi per lei. Sono senza fallo i migliori che ho fatto fin qui. Vuoi sentirne qualcuno?

Anzi, mi farai un vero regalo.

Te li dico Ma, di grazia, lascia un pochino il tuo orto botanico.

Sì, sì;disse l'altro, che oramai per quel giorno disperava di vedere la sua bella vicina.

E stette a sentire i versi dell'amico; versi abbastanza belli e più levigati che a quell'età non si usi ancora di farli. Nicolino Ariberti si chiariva in quelle composizioni un divoto seguace dei classici e prometteva (poichè tutti promettiamo qualcosa da giovani) prometteva, dico, alle lettere italiane un nuovo e felice cultore dell'epiteto. La qual cosa, se faceva prova del suo buon gusto letterario, dinotava meno calore d'affetto, e fors'anco d'ispirazione. Almeno, così affermano i critici ed io ripeto. Del resto, da quel profano ch'io sono e mi tengo, so che tra i latini, Ovidio epitetava alla grossa, e Virgilio con giusta misura. Ora, io leggo assai volentieri Virgilio e trovo più calore nel quarto libro dell'Eneide che in tutte le elegie venute dal Ponto. E per venire ai moderni, dove troverete più affetto che nel povero Foscolo? Eppure, che nobil fioritura d'epiteti, giusto Iddio! Ma sono un profano, lo ripeto, e vi dò le mie chiacchiere per quel poco che valgono.

E questi versi,disse Filippo Bertone, dopo che li ebbe uditi e lodati,li farai giungere a lei?

Spero;rispose l'Ariberti;chi sa che non le cadano sott'occhio? Fo conto di stamparli. Si sta fondando in Torino un giornale letterario, artistico, e scientifico, e capirai

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